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Testo critico

Quando ogni mattina ci vestiamo attiviamo un linguaggio che ci accompagnerà per tutta la giornata o, come quel personaggio femminile di Marivaux, ogni mattina possiamo decidere del linguaggio e della comunicazione che ci garba e che desideriamo attivare in funzione di ciò che vogliamo attivare e comunicare di noi stessi, costruendo un testo di cui il nostro corpo non è per forza il significato, ma semplicemente il supporto. Ma cosa supporta a questo punto il nostro corpo diventato mero telaio? Nascondendo parte del corpo mostriamo e facciamo vedere parti di noi stessi. Nascondendo parte del nostro corpo mettiamo la nostra anima in prospettiva, la disponiamo in funzione dello sguardo altrui, sistemando davanti allo specchio un punto di vista, una nostra leggibilità. Un corpo vestito, il mio o il vostro, è un corpo investito dalla nostra propria singolarità. Non è il corpo afasico e mero strumento della sfilata di alta moda, è il corpo di scrittura, dove il tessuto, come materiale particolareggiato dalla sua grana, dai suoi colori e dalla loro combinazione, fa apparire la “pelle dell’anima”(Nietzsche). Riscriviamo ciò di cui siamo in parte vittima e comunque eredi, detentori in gran parte irresponsabili e innocenti, possiamo contrastare l’imposizione trascendentale con cui le nostre fogge fisiche determinano la nostra vita e a volte la trafiggono; e se questa trascendenza trova l’assenso dei canoni transeunti e fragili della bellezza, la possiamo favorire e consolidare.

     Qui sta la moda. Non ha caso la parola moda appartiene ad una famiglia lessicale significativa, in cui regna la nozione di “modalità” che designa proprio nell’ambito delle scienze del linguaggio, la relazione fra il soggetto che parla e ciò di cui parla, fra chi compie un’azione e il suo peculiare coinvolgimento in quella azione attraverso l’uso e la distribuzione, nell’enunciato che rende conto dell’azione in questione, di verbi e operatori modali. La modalità è l’irruzione per effrazione della soggettività nella lingua e nella comunicazione, è una sovrappiù a volte scomoda quando scavalca il rigore dell’utile, è la parte dello stile e dell’arte, parte di dio diceva Gide, parte del diavolo direbbe Joyce, come una salsa raffinata che veste un piatto di semplici patate bollite.

    Ora, sappiamo che possiamo contrastare la trascendenza che ci lega al nostro corpo non solo attraverso l’abito investito dalla nostra soggettività, ma intervenendo sul nostro corpo stesso, per via della dietetica, della palestra o di protesi. Possiamo modificare il nostro corpo con la pazienza dell’esercizio e della disciplina quotidiana che coinvolge ciò che gli facciamo  o non gli facciamo ingerire, o ciò che introduciamo, incastriamo sotto la nostra pelle, e in questo luogo il silicone fa da padrone. Possiamo a questo punto immaginare un processo infinito di riformulazione e rimodellamento del proprio corpo, come una incontenibile fluidificazione delle sue forme, un’accelerata instabilità e moltiplicazione dell’aspetto, che mi fa giungere alla disfatta finale della trascendenza, in cui non ho più nessun aspetto determinato, ma m’impadronisco o sogno d’impadronirmi di una moltitudine nevrotica di suoi prospetti e prospettive, come lo mettono bene in gioco alcuni bodyartisti.

     La somma di queste operazioni di scrittura e costruzione del corpo, che agiscono dall’esterno o sotto il derma, sono l’oggetto degli interventi di Elvezia Allari: vestiti che non sono vestiti, borse, monili, bracciali, che spingono in un spettacolare predominio dell’apparire, in un grumoloso e granuloso effetto materico, il desiderio  del fare dell’ornamento il travalicante segno del proprio sé, la traccia elefantesca della propria leggibilità. Il silicone non è più l’artificio che nascosto sotto la pelle, forza il corpo verso un corpo sognato dall’altro, ma diventa vestito e indumento, gioiello, dove la manipolazione usualmente nascosta per meglio ingannare e rendere verosimile attraverso il fittizio, viene fatta vedere e anzi diventa la parte di prima visibilità: da invisibile che modella il visibile, diviene la carne stessa del visibile. Vestiti e indumenti da guardare e da appendere come si appende un quadro, che svelano, nel labirintico sviluppo del “filo” di silicone, l’imbroglio e la fragilità a volte catastrofica della manipolazione del corpo.

     La ressa dell’anima, diventa ammasso di silicone, filamentoso districarsi di pietre, un fiorire di plastica, in cui la soggettività si spinge alla bulimia del dirsi fino ad essere assordante e accecante, invadendo il visibile in un troppopieno di senso, che giunge fino ad obliterare il soggetto che la produce, a cancellare il corpo supporto, negandolo e rendendolo inutile ed assente.

     Il silicone evoca qui la trama di Arachne, il “web” destinale, nuovo segreto di Arianna: l’ordire, il tessere in cui si origina pure lo scrivere (texere, textus), sarebbe stato inventato dalle donne, secondo Freud, per nascondere la singolarità del corpo femminile. Nella nostra società il corpo è diventato spettacolo, diktat e dettame, principio di assoggettamento in una cornice ben precisa di subdole imposizioni estetiche e sociali:  burka dell’Occidente.

     Elvezia Allari traccia il viaggio del corpo che, sulle ali dell’effimero, nella nostra civiltà, come in tutte, si agghinda, fra ilarità e ammirazione, inebriato  dal nettare di una soggettività squassante.

François Bruzzo

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