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Elvezia Allari e i piccoli universi
Elvezia Allari ha di recente allestito una personalissima mostra allo Studio L di Lina Zenere.
La sua caratteristica è di essere un autrice minimalista: l'ambito dal quale ha tratto spunti essenziali per la propria ricerca artistica è il ricco panorama della sperimentazione americana del secondo dopoguerra.
Minimal Art nasce dal recupero di oggetti scaduti, rotti, scartati che, presi in considerazione per se stessi, a scanso del loro utilizzo, divengono parti di qualcosa di nuovo che si realizza tramite il loro concorso.
E' una funzionalità puramente teorica, ottica. E' un rinnovamento visivo.
Nonostante l'evidente rifiuto dei vecchi canoni estetici, tenendo presente l'ansia di rinnovamento nei confronti di quel mondo ostile e sanguinario che consuma esistenze ed ideali in nome della propria egoistica perenne rigenerazione e il conseguente rigetto del bello, del lucente, del tecnologico, del funzionale, dell'artificiale, l'altra forma a cui bisogna tendere non è vista tuttavia staccata dalla realtà, anzi ad essa si richiama allusivamente, costituita com'è da apparenze "simili", da "simboli" di comprensione generale (es. codice cinetico - genetico trasformazione; volo di Icaro = oggetti in fragile equilibrio, che si perderà presto).
Così in "sostanza generatrice" la carta ricca di corpuscoli, inserita in un cerchio richiama la circolarità della terra; il "gioco d'amore" riporta il simbolo orientale dell'eros accanto alle pietre, portatrici di positività.
In "moto perpetuo" abbiamo il dilatarsi della materia e la presenza del cerchio a ricordarci i fenomeni galattici.
E' tutto un richiamo alla conoscenza del preesistente, realizzato con i materiali poveri, come i pungenti frammenti di vetro al di fuori del nucleo, rappresentativi di meteore dirette contro la Terra. Il pericolo è richiamato dal fondo rosso.
L'attaccamento alle cose concrete, alla materia nel suo trasformarsi, ai segreti del cambiamento, del ricomporsi, del mutare, del movimento, è ben visibile in Elvezia.
Il suo messaggio possiede un linguaggio essenziale: osservando due vicine stele (n.d.r. "presenza-assenza") seguiamo la separazione della materia e il successivo nuovo assemblarsi per la presenza di un intelligenza superiore.
In questo excursus storico abbiamo anche dei graffiti rudimentali. E' un simbolismo ermetico, essenziale.
La mobilità di quei frammenti inseriti entro un lieve scheletro metallico ricorda la fragilità di due "ali di farfalla", affidate al vento; le stecche dell'ombrello distese, mobili come una giostra, ci ricordano il ripetersi delle vicende umane. Altri titoli: "eternità": cio che sta sopra la vita, l'eternità del bene sull'errore; "ricostruzione": rinascere dalle rovine.
Le proposte conducono ai materiali, cornici create ex novo, come sul momento, colate intorno alla pasta vitrea; fusioni sperimentali di metalli a temperature diverse, con ossidazioni e sviluppo di poliformismi, indicano il bisogno di una azione condotta dal di dentro per giungere ad un nuovo significato. L'iconografia coincide con il significato dell'oggetto indicato: in "trinità" ad esempio, tre tondi materici identici, tre mondi, coincidono per il numero e per l'identità delle parti e si spingono a significare, nella metafora, l'evidenza della realtà e della coincidenza tra logica e fede.
Il fare semplice artigianato è visibile nelle fusioni raffreddate grossolanamente intorno alle mattonelle di pasta di vetro, in cui assemblaggi metallici e buchi parlano di storia dell'oggetto. Quasi in un pallottoliere (o carta moschicida o trappola) Elvezia include graziosi oggetti brillanti, frammenti di vetro o plastica, pume, indicando un richiamo al gioco e al pericolo, cioè all'inganno.
Adopera i materiali più vari, per sperimentare, con risultati di interessante approsimazione formale ("la mia gatta"): sperimentazione e trasformazione attraverso la scomposizione chimica e l'assemblaggio rame - ossido - pietra - cera - vetro; creazione con fili di ferro di sagome allusive (senza titolo).
L'acrilico corona l'accostamento tra metalli e vegetali; tre sassi tondi caratterizzano la forma nata da acrilico, palline di ferro che richiamano la figura umana. L'anello è un motivo ricorrente, include, circonda, è tondo, quindi eterno. Due anelli saldati comunicano legame e "reciprocità".
Ci sovvengono i "mobiles" di Alexander Calder, od anche le "invenzioni" di Julio Le Parc; gioco di vento, leggiadria, rotazione senza fine.
Pensiamo alle sculture di david Smith del 1951 e riguardando l'ombrello della allari fatto di sole stecche: lo captiamo come giocattolo; di fatto quei lievi fili leggeri sono indistruttibili e siamo di fronte ad una anti-scultura, ad un contrasto di corpi. L'occhio, il cibo, la catena: il legame profondo tra madre e figlio = maternità.
Ecco composizioni sempre libere con sagome non sagome, forme non forme attaccate a fogli vitrei, pellicole: i sassi sono occhi, presenze. Nella "donna scheletro" è l'accusa a ridicole mode di oggi: la femminilità è sparita.
Anche l'ordine è casuale, la posizione delle opere è modificabile senza che la "cosa" cambi funzione e ruolo frontale di fronte allo spettatore.
In "maternità interrotta" abbiamo un vero dramma: due mezzi tondi tenuti assieme da profonde suture in rigido ferro che evidenziano la piaga.
C'è infine un trasformismo rispetto alle leggi di gravità; i sassi volano tra le fronde secche, le plastiche si arrampicano, i vetri diventano occhi o bandiere, i buchi sono riempiti di orrore (conf. Burri).
Questo è Elvezia, una maga del piccolo oggetto, del frammento ricreato, del gioco reinventato, della scomposizione ricomposta in nome di una primigenia globale materica saggezza. Ama gli elementi della terra, vorrebbe mettersi al posto di un demiurgo, di un alchimista, rifare un suo mondo semplicemente significativo, senza parole, un "cinetico-visivo" di immediata intuizione.

Luciana Peretti 1998

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