SPORE PER NUOVE NINFEE
Elvezia Allari
Ceramica grezza: Elvezia Allari
Testo critico: Susanna Mati
Video: Fiorenzo Zancan
Ci si potrebbe chiedere, per prima cosa, che senso abbia chiamarle ninfe.
Questi immobili, forse inerti fiori di ceramica (fiori? dischi volanti?), non ricalcano neppure l’apparenza delle ninfee – figuriamoci quella delle ninfe. Il loro carattere è assolutamente enigmatico, la loro presenza incongrua.
Tuttavia, respirano. Il loro respiro, anche greve, pesante, come subacqueo, ci accompagna tra le immagini, tra le sequenze.
Dove c’è respiro, c’è vita.
L’acqua situa la ninfa nel suo elemento primario – acqua che trascina con sé scorie, rimasugli, detriti, tracce di vita. Forse incuba nuova vita, come suggerisce la chiave data dal titolo: spore per nuove ninfe. Forse sono fatti di materiale organico, quei grumi nerastri – preludono alla vita nuova.
Ma una vita sporca, deiettiva, viscida, sgradevole, come tutto ciò che è legato al corpo e ha a che fare con la nascita biologica.
Mentre la ninfa giace e riposa nella sua più idilliaca cornice, nel prato verde, avviene l’irruzione della cornacchia preistorica. Kafkiana. L’irruzione del mostro, arcaico – ostile? antagonistico? pericoloso?
Al suo cospetto, la ninfa non pare impressionata, permane immersa nel suo mare primaverile di margheritine e nontiscordardimé, immobile. E il gracchiare si perde pian piano, sovrastato di nuovo dal respiro profondo, in questa scena primordiale.
La ninfa – che è una e molte, singolare e plurale – continua a respirare. Gli insetti impollinatori non ne hanno paura, la trovano del tutto plausibile. La ninfa, figura dell’anima, oltre che della vita, è la naturalità in sé.
Nonostante la loro collocazione, si potrebbe anche mettere in dubbio la natura vegetale delle ninfe. Sulla base del respiro, ma non solo di quello, si direbbero piuttosto animali. Il loro aspetto rimanda però al regno dei funghi – e il loro atipico biancore, la loro posizione anomala, a funghi alieni. La loro enormità, o mostruosità, appunto, è palese. Sono fuori luogo. Cosa ci fanno, queste ninfe troppo candide, nel ruscello, nel prato? Perché sono qui? Da dove sono cadute? Addirittura: cosa vogliono?
Regno vegetale, animale, dei funghi, di microrganismi cellulari – e di sconosciuti organismi alieni.
Talvolta la ninfa sembra perfino un disco di plastica, o di gomma, forse rigido, forse flessibile. Non è affatto detto che sia una creatura soltanto naturale. Ma allora, potrebbe essere soprannaturale? Al di là del naturale? O semplicemente artificiale? E quello della ninfa, non sembra appunto anche un respiro artificiale, forzato, un respiro falso? L’anima che essa simboleggia sconfina nel regno del disanimato.
Pare piuttosto l’anello di congiunzione tra tutte queste dimensioni, che la ninfa attraversa mantenendosi impassibile, rimanendo sempre se stessa, pur in tutte le metamorfosi possibili: dal vivo al morto, dal desto al dormiente, dal naturale all’artificiale all’alieno.
Al centro, la ninfa ha un occhio, o un polmone, da cui vede e respira insieme. Ma anche un foro cosmico, un buco bianco, da cui (si) accede forse a un’altra dimensione spazio-temporale. Che allude alla sua non-appartenenza a nessun mondo in particolare, a nessuna dimensione, oltre che a nessuna specie. Uno sfogo che dà sul fuori-dal-tempo e sull’aldilà dallo spazio.
Ninfa terrestre e acquatica, biologicamente spiegabile, ma anche ninfa totalmente aliena e alienata; ninfa vivente e organica, ma anche inorganica e artistica, prodotto morto, artificioso; ninfa immanente, adagiata in basso, e ninfa metafisica, dimorante altrove. Quello che l’inafferrabile ninfa ci lascia, come sua scia, è come sempre il suo senso psicoide e il suo inesauribile perturbamento.