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2007

Febbraio 2007

Il Gazzettino di Padova

Gli impossibili abiti di Allari
Ines Thomas

Slip, reggiseni, corpetti, miniabiti, tuniche, stesi su un lungo filo d’acciaio come il bucato di chi porta la taglia 36, abiti impossibili, creati dall’artista Elvezia Allari, costruiti in silicone per corpi inesistenti, fragili, impalpabili: al Fronte del Porto, durante una performance introdotta da Silvio Luginbuhl, i bizzarri vestiti al silicone e in ferro cotto sono stati presentati al pubblico in sala, purtroppo non numeroso come meritava un appuntamento intelligente e curioso ed in più ad ingresso libero.
“Ho voluto mostrare che la donna oggi é siliconata anche nel bucato – spiega la creatrice Allari – e il silicone é come il burqua per le donne orientali, dietro il quale nascondersi”.
La provocazione é stata lanciata anche con la sfilata di moda in cui due modelle hanno portato sulla scena due differenti tipi di donna-manichino, una spiritosa e vivace, l’altra, drammatica e chiusa nel suo isolamento.
“Creazioni dissacranti – spiega Caterina Virdis Limentani – che nascondono una riflessione sulla donna. I vestiti dicono che l’universo femminile é condizionato dall’occhio di chi guarda”.
Quel dentro di plastica che la donna cerca di far passare come naturale si presenta ormai come modello di un corpo che la moda oggi impone soprattutto alle giovanissime e qui sta la polemica accesa ed innescata dallo sguardo senza pietá della giovane stilista vicentina, che in modo ironico sa dialogare con le regole ferree del pret à porter. Nel vestito da sposa o nel tutù o nell’abitino a fiori ci sta solo il corpo acerbo alla twiggy: la Allari lancia la sfida contro l’esasperazione di uno stile di vita ormai sfuggito di mano, causa di malesseri se non addirittura di autentici suicidi. É seguita poi la proiezione, in prima assoluta, di un film mai uscito in Italia: “Peau d’ane” di Jacques Demy, con Catherine Deneuve e Jean Marais, un capolavoro fantastico che grazie a Lunginbuhl, pochi eletti, l’altra sera, hanno potuto vedere.

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